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Le
passività correnti rappresentano finanziamenti in atto a
titolo di credito a breve termine.
In
parole povere si tratta di finanzianti attinti da fonti esterne, cioè
di crediti concessi all’impresa da terzi.
Le
passività correnti rientrano, quindi, tra i capitali di terzi, detti
anche capitali di credito.
I
capitale di terzi, a loro volta, comprendono sia i debiti di
finanziamento veri e propri che i debiti di funzionamento.
I
primi, sono debiti aventi per oggetto una somma di denaro (ad esempio
mutui, anticipazioni, scoperti di conto, ecc..), mentre i secondi sono dilazioni
di pagamento ottenute in concomitanza con operazioni di acquisto.
Perché
si possa parlare di passività correnti il finanziamento deve avere una
durata breve, inferiore ai 12 mesi.
Tra
le passività correnti si comprendono:
-
c/c
bancari passivi;
-
debiti
a breve di natura commerciale (debiti verso fornitori, cambiali passive)
-
debiti
a breve verso il personale (per salari e stipendi liquidati ma non
ancora pagati);
-
debiti
a breve verso enti vari (inps, inail, erario, ecc..);
-
altri
debiti a breve;
-
ratei
e risconti passivi;
-
anticipi
da clienti.
Va
osservato che tra le passività correnti va inclusa anche la parte
corrente dei debiti a medio e lungo termine.
Esempio:
l’impresa
ha contratto un mutuo di 10.000 euro a 5 anni. Si tratta, quindi di una
passività a medio e lungo termine.
Il
mutuo prevede il rimborso di rate semestrali comprensive di capitale e di
interessi.
Se
l’impresa, nel corso dei successivi 12 mesi, deve rimborsare 2.000 euro
possiamo dire che 8.000 euro rappresentano un debito a medio e lungo
termine, mentre 2.000 euro costituiscono una passività corrente.
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