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Che al
made in Italy spetti tuttora il primato di rappresentare quanto di più
prestigioso e raffinato si possa scegliere di indossare ed acquistare non è
un segreto. Ma è ormai impossibile non notare come questo e tanti altri
importanti marchi a livello internazionale, Valentino come Ralph Lauren,
abbiano dirottato lontano dai paesi d’origine parte della propria
produzione.
Duplice il
motivo: da un lato un’operazione di questo tipo mette in atto politiche
di cost saving; dall’altro la produzione di beni di lusso tende ad
avvicinarsi a mercati emergenti molto promettenti, come quello
asiatico, che lasciano presagire una forte capacità di assorbimento di tale
tipologia di offerta.
Motivati i
timori e le perplessità da parte dei paesi di origine delle grandi firme,
che si chiedono cosa accadrà in futuro e cosa seguirà a quest’ondata di
colonizzazione di spazi sempre più lontani e opportunità di business
sospinte da forze sempre più centripete. In realtà, a questo trend, tutt’altro
che casuale, è sotteso un disegno ben preciso: prestare attenzione ai
piccoli stilisti emergenti, per inglobare nel marchio quelli maggiormente
promettenti.
Precursore
di questo nuovo modello di business nel settore moda è l’Italia, che
ritiene, in tal modo, non soltanto di rafforzare il brand e la propria
immagine, ma di potenziare l’industria manifatturiera nella sua interezza.
Dal canto loro, per i giovani stilisti agli albori del successo tutto ciò
rappresenta una boccata d’ossigeno, se non un’ancora di salvezza vera e
propria. Stretti nella morsa della contrazione di liquidità in cui spesso si
trovano le firme in fase di start-up, magari ad un passo dal collasso, avere
rapporti con una grande casa di moda italiana è quanto di più appetibile e
desiderabile.
Alla base c’è l’idea che, fondendo la visione di una moda centenaria e
fortemente articolata come quella italiana, con nicchie di mercato
differenziate e giovani, aumenti la possibilità di incontrare quote di
domanda al momento non soddisfatta, o in evoluzione. Diversi i nomi di
stilisti da annoverare tra quelli che intraprendono partnership con le
grandi firme. In primis, la talentuosa designer greca Sophia Kokasalaki, i
cui atout creativi sono valsi ad inserirla nell’orbita del gruppo Diesel di
Renzo Rosso, che già contava Martin Margiela, DSquared, Vivienne Westwood
Man e Red Label.
Apprezzata per i suoi abiti drappeggiati, la stilista non manca tuttavia
mette il luce la difficoltà di riuscire a soddisfare gli ordini di consegna
da record, senza penalizzare le proprie collezioni. Ma l’esempio di una
carriera brillante come quella di Derek Lam, inglobato nel gruppo Tod’s, può
lasciar sperare che le difficoltà iniziali possano essere ripagate da
successi su cui “mettere la firma”. |
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