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  Cost saving - Le politiche di cost saving applicate ai beni di lusso - di Alessia Gabrielli - tratto da guida di fashion marketing dada.net

 

 

 

 
 

Approfondimento del 05.11.2007

 

Che al made in Italy spetti tuttora il primato di rappresentare quanto di più prestigioso e raffinato si possa scegliere di indossare ed acquistare non è un segreto. Ma è ormai impossibile non notare come questo e tanti altri importanti marchi a livello internazionale, Valentino come Ralph Lauren, abbiano dirottato lontano dai paesi d’origine parte della propria produzione.

 

Duplice il motivo: da un lato un’operazione di questo tipo mette in atto politiche di cost saving; dall’altro la produzione di beni di lusso tende ad avvicinarsi a mercati emergenti molto promettenti, come quello asiatico, che lasciano presagire una forte capacità di assorbimento di tale tipologia di offerta.

 

Motivati i timori e le perplessità da parte dei paesi di origine delle grandi firme, che si chiedono cosa accadrà in futuro e cosa seguirà a quest’ondata di colonizzazione di spazi sempre più lontani e opportunità di business sospinte da forze sempre più centripete. In realtà, a questo trend, tutt’altro che casuale, è sotteso un disegno ben preciso: prestare attenzione ai piccoli stilisti emergenti, per inglobare nel marchio quelli maggiormente promettenti.

 

Precursore di questo nuovo modello di business nel settore moda è l’Italia, che ritiene, in tal modo, non soltanto di rafforzare il brand e la propria immagine, ma di potenziare l’industria manifatturiera nella sua interezza. Dal canto loro, per i giovani stilisti agli albori del successo tutto ciò rappresenta una boccata d’ossigeno, se non un’ancora di salvezza vera e propria. Stretti nella morsa della contrazione di liquidità in cui spesso si trovano le firme in fase di start-up, magari ad un passo dal collasso, avere rapporti con una grande casa di moda italiana è quanto di più appetibile e desiderabile.


Alla base c’è l’idea che, fondendo la visione di una moda centenaria e fortemente articolata come quella italiana, con nicchie di mercato differenziate e giovani, aumenti la possibilità di incontrare quote di domanda al momento non soddisfatta, o in evoluzione. Diversi i nomi di stilisti da annoverare tra quelli che intraprendono partnership con le grandi firme. In primis, la talentuosa designer greca Sophia Kokasalaki, i cui atout creativi sono valsi ad inserirla nell’orbita del gruppo Diesel di Renzo Rosso, che già contava Martin Margiela, DSquared, Vivienne Westwood Man e Red Label.
Apprezzata per i suoi abiti drappeggiati, la stilista non manca tuttavia mette il luce la difficoltà di riuscire a soddisfare gli ordini di consegna da record, senza penalizzare le proprie collezioni. Ma l’esempio di una carriera brillante come quella di Derek Lam, inglobato nel gruppo Tod’s, può lasciar sperare che le difficoltà iniziali possano essere ripagate da successi su cui “mettere la firma”.

 
   

 

 

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